Atti Umani, Han Kang – Recensione
Han Kang, Atti umani, Adelphi 2017
Il corpo: l’affanno dei suoi movimenti, del peso e della sua tangibilità. Il dolore della sua carne, dei limiti, la sua nullità. Il contorno di quella massa di muscoli, sangue e ossa che contengono l’ansito della vita, che scorre, fluttua e naviga in un perimetro e oltre.
La morte: dell’altro e di sé, prima che avvenga e dopo il suo passaggio, ma anche oltre, là dove nessun sa, ma ognuno immagina.
L’anima: proprio quell’oltre, incatenato al corpo, dove l’immaginazione si perde a esplorarne la consistenza.
L’essere umano: un groviglio di identità, dalla dignità alla bestia, dall’unione per il bene di un popolo alla mostruosità della tortura e dell’infamia. Un’esistenza che vive del suo tempo, ma anche di passato e futuro, perché il ricordo è vivo anche per chi viene dopo.
Atti umani di Han Kang non è solo un libro che ripercorre l’orrore del massacro di Gwanju, quando i militari, su ordine del dittatore sudcoreano Chun Doo Hwan, repressero nel sangue le proteste dei cittadini che chiedevano il ripristino di diritti di base. È soprattutto l’esplorazione dell’umanità, un viaggio di coscienza che mostra il dolore attraverso la brutalità, dove la morte è l’insieme di tutti quei cadaveri sfigurati che aspettano di essere riconosciuti dai propri cari o quella pila di braccia e gambe inermi impilate a croce bruciate sotto la luna.
Le descrizioni di Kang, scrittrice nata proprio a Gwanju nel 1970 e insignita del premio Nobel per la letteratura nel 2024, non sono state vergate per suscitare pietà o rancore, pur lasciando il lettore libero di provarli. Atti umani è una miscela tra un romanzo corale e un’inchiesta giornalistica. Con uno stile diretto e accorto, la scrittrice misura la distanza tra umanità e disumanità tramite la storia di sei persone (oltre a lei stessa che è la settima) che hanno vissuto quei giorni terribili del maggio 1980 nella città di Gwanju. Il libro si apre proprio poco prima della ripresa del controllo dell’Ufficio provinciale da parte dell’esercito. La narrazione è in seconda persona singolare. I protagonisti sono studenti o giovani lavoratori. Alcuni proveranno a resistere con la speranza di rendere più libero il Paese, altri moriranno e altri ancora sopravviveranno, nonostante le torture durante la prigionia. Si parte da un momento che dà il tono a tutto il racconto: un ritmo cadenzato, dove le descrizioni si amalgamano con la liricità del suo stile, senza sbavature.
Quei giorni di dolore sono sviscerati lungo gli anni che passano: non c’è solo il tempo della violenza e delle uccisioni, c’è anche tutto quello che rimane dopo, quello che resta dove sono passati il fuoco dei fucili e le lame delle baionette. Cicatrici che non possono rimarginare, mentre la vita va avanti. Si scorrono le pagine per sapere che cosa sia successo ai giovani Dong-ho, Jeong-dae, Eun-sook, Jin-su e Seon-ji. Ragazzi diventati archetipi di resistenza, sacrificio, perseveranza, coscienza, dignità.
Lo spessore dell’essere umano per Han Kang ha la valenza del pensiero filosofico che trascende la corporeità. L’uomo non è solo carne, è anche anima. Un’anima che quando diventa cosciente può andare in mille frantumi come un pezzo di vetro.
“Il vetro è trasparente, giusto? E fragile – scrive Kang nel capitolo 3 – Ed è per questo che gli oggetti di vetro devono essere maneggiati con cautela. […] Così, se ci pensi, è stato solo quando ci hanno distrutti che abbiamo dimostrato di avere un’anima. Che questo eravamo, in realtà: uomini fatti di vetro”.
Le vite distrutte non sono solo quelle perdute e uccise: questo libro è la storia di quel che rimane dopo che nemmeno la morte ha dato sollievo, cancellando i ricordi di chi ha vissuto la repressione sulla propria pelle. Dalla seconda persona singolare, si passa alla prima, poi alla terza, ma il “tu” ritorna prorompente, come un grido o una preghiera. Una dedica che la scrittrice fa a tutti coloro che hanno perso qualcuno di caro o a chi non ce l’ha fatta. Per non dimenticare.
Si dice che dopo la distruzione e la sconfitta ci siano la rinascita e la ripresa. Oltre il corpo e la morte, l’anima: questi sono gli Atti umani di Han Kang.
Una frase: “Avrei dovuto essere grato, forse, per il modo facile e pulito con cui la mia faccia annerita e putrefatta sarebbe scomparsa. Quel corpo che mi aveva causato tanta vergogna stava per essere divorato dalle fiamme – questo non era motivo di rimpianto. Volevo fare ritorno a un’esistenza più semplice, proprio come quando ero ancora in vita. Ero determinato a non avere paura di niente”.
A chi lo consiglio: a chi vuole sapere cosa ha significato il massacro di Gwanju, a chi vuole scoprire la vera Han Kang.
Abbinamento suggerito: makgeolli, il tradizionale vino di riso coreano.